On the Runways: Paris review.

“It does not take Sherlock Holmes to work out that men’s fashion for 2012 is tipping its broad-brimmed hat to the 19th century”.

Così Suzy Menkes, vero Guru della moda mondiale ha aperto la sua review sulle passerelle parigine che nei giorni scorsi hanno visto protagonista l’uomo. Una moda molto meno scintillante e onirica di quella femminile ma ugualmente degna di nota per la spinta creativa, la ricerca, e l’attenzione ai dettagli. Come nel caso della potente collezione di Dries Van Noten introdotta da una performance di 24 ore di Gijs Frieling and Job Wouters, o del defilé Comme de Garçons, con i suoi uomini dark e androgini “neither man nor woman”. Mix tra sartoria e casual anche per Junya Watanabe mentre Jean Paul Gaultier, da bravo regista mancato, ha dato vita a una londra fumosa, popolata da cappotti allacciati in vita, inevitabili gonne e cappelli a tesa larga ad avvolgere il mistero. Come loro, molti altri sui quali varrebbe la pena spendere qualche parola, non fosse che, spente le luci sul parterre maschile, si è tornati a parlare della falcata d’innumerevoli, magrissime, cattivissime modelle: di alta moda insomma. E di abiti che hanno il compito di ricordarci che la couture non ha i limiti dell’industria. Proprio come hanno fatto Chanel (per il cui defilé Karl Lagerfeld ha chiamato a raccolta tante parventi hostess Pan Am quante sfumature di blu per i suoi abiti), Re Giorgio, o Givenchy, che per l’occasione ha appeso i suoi abiti a mo’ d’installazione affinché il parterre potesse ammirare a dovere gli intarsi su tulle e i ricami fatti con pelli di coccodrillo candeggiate e alleggerite.

Compito un po’ meno assolto da Donatella Versace, che sotto gli occhi dei mass media di tutto il pianeta, ha fatto la sua rentrée nel magico mondo della Haute Couture (all’indomani della partnership con H&M) presentando, all’Ecole nationale des Beaux-Arts, la linea Versace Atelier: una mini sfilata di abiti dal sapore futuristico, pensati per una moderna Barbarella.

Capi tutti dedicati alla donna spregiudicata e femminile che da sempre anima le fantasie della maison (con tanto d’inevitabili bustier a sirena in pizzo, micro dress in lamé operato e completi biker in pelle dai colori lunari) eppure non molto lontani dal pret à porter, se non per via della ricerca su corsetti e materiali. Potrebbe sembrare che il tentativo del direttore creativo sia stato quello di profanare l’alta moda cercando di coniugarla con i dictat dell’industria, ma noi ci auguriamo che Parigi continui a farci sognare nei prossimi giorni e (soprattutto) che i prossimi Oscar non vengano invasi da tante giovani barbarelle. Ma questo, si sa, è chiedere troppo: d’altronde la signora Versace non sbaglia mai un colpo.


Style File # 6 / SS 2012 Kanye, Miuccia e l’Ultimo Imperatore.


Di tutto il carosello della moda che ha volteggiato freneticamente nelle scorse settimane, e di tutti i nomi, le celebrities, i tacchi alti, i sorrisi smaglianti e le Birkin originali (e non) che ci sono saltati su al volo, io mi ricordo poco e nulla. Diciamoci la verità.

Centinaia di collezioni e un gran casino: abiti fluo o polverosi, black and white o pop, lunghi o corti, preziosi o street e solo alcune (pochissime) certezze, tipo l’ologramma di Anna Wintour ovunque in prima fila (e non mi venite a dire che è lei veramente, perché non si spiegherebbero tutti i cambi d’abito, i capelli sempre impeccabili e il viso rilassato), le onnipresenti top model del mio cuore, la festa di Vanity Fair, quella di Vogue e qualche Charity Gala disseminato qua e là come per dare un senso socialmente accettabile ai milioni investiti.

Visto tutto quello di cui sopra e siccome sarebbe uno sforzo incredibile e ingiustificato andare a spulciare tutti i lookbook sfornati in questo mese per la prossima SS 2012, avrei deciso di omaggiare soltanto tre highlight che mi hanno particolarmente colpita e a cui non riesco a smettere di pensare, tra commozione e risate a crepapelle: in primis, l’uomo che fu della mia vita, ormai rimpiazzato da un duo di designer abilissimi e meritevoli che grazie a Dio non ne hanno profanato la memoria artistica, ovvero Valentino. Secondo poi, una donna illuminata e di classe che ancora una volta ha stupito il parterre per l’eleganza e il valore di protesta dei suoi abiti, così apparentemente ortodossi. In ultimo -come non ricordarlo- l’uomo che tutto aveva e tutto voleva, quello che minacciava gli uffici stampa per farsi invitare alle sfilate e che un giorno, depresso per i ripetuti fallimenti, decise di saltare dall’altra parte della barricata per dimostrare a tutti di che pasta era fatto. Lui: Kanye West. Alle prese con una collezione un po’ Jenny from the Block, un po’ Sciura a Cortina, piena di pellicce e micromutandine, stivali borchiati e gli immancabili occhiali da sole con i quali difendersi dalle luci della ribalta.

Povero. A vederlo tutto sudato che stringe la mano al diavolo in persona, per poi posare vicino alla sua impeccabile fidanzata (debitamente griffata di altre griffe), giuro che faceva una tenerezza incredibile.  Tanta, che adesso non voglio più infierire. Tanta, che forse è meglio per lui se parliamo d’altro. Tanta, che sono sicura vorrà tornare a fare la rock star o quello che diamine era prima della disastrosa esperienza.

Fortunatamente, l’animo gentile e sofisticato della Haute Couture è risorto sulla passerella dell’ultimo imperatore, dove Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli hanno messo in scena un parquet  ricoperto di petali di rosa sul quale aristocratiche zarine russe fuggivano alla volta di una Parigi illuminata. Il lusso degli abiti, appena sussurato dai velluti devoré, i broccati, e le sottili tiare scintillanti, così avvolto in non colori e timidamente celebrato dai ricami d’oro e argento (insieme a qualche legittimo episodio di rosso vivo) mi ha fatto uscire la lacrimuccia.

Ma ancor di più Sua Altezza Miuccia, che in tempi in cui le prostitute vengono chiamate escort, le quote rosa indossano t-shirt discutibili e le bambine giocano al bunga bunga, riscopre la dolcezza e ci regala abiti misuratamente dolci e sensuali, dalle tinte pastello e le gonne plissé. Sicché mi sono detta che forse c’è solo una quantità limitata di decoro nel mondo, e Prada deve essersi accaparrata anche quello di Kanye. Check it out.





Style Files # 5 / Le Fou du Roi.

Al contrario di quanto si possa pensare, la storia di Jean Paul Gaultier, meglio conosciuto come l’enfant terrible della moda mondiale, è una storia altamente educativa.

Ci ho pensato proprio oggi, quando dopo aver fantasticato a lungo su un’eventuale fuga a Montreal in occasione della sua prima mostra retrospettiva, casualmente, mi sono venuti tra le mani dei libriccini impolverati (e ahimé, più che datati), risalenti a quella tremenda età di mezzo che tutti noi attraversiamo una volta usciti dal liceo: l’estate dopo la maturità.

Quella in cui si frequentano incontri propedeutici con i vari poli accademici per capire dove sono i ragazzi più carini, in cui si fanno test d’ingresso random rimettendosi al fato (e soprattutto sperando di passarne almeno uno); quella che, di solito, si conclude parcheggiandosi al DAMS per un annetto o almeno finché non si è davvero capito qual è (e se c’è) la nostra vocazione.

Bene: rileggendo brevemente la biografia di JPG risulta chiaro come il talento quello vero, voli sempre troppo alto per mettere a fuoco edifici universitari, confraternite, costosissime scuole di design e lavoretti per sbarcare il lunario.

E infatti Gaultier, all’alba degli anni settanta, quando la maggior parte della gente inaugurava corsi di studio lunghissimi e molte scuole di moda aprivano i battenti, ha deciso che sarebbe stato molto più economico saltare direttamente al famigerato stage.

Così, ha cominciato molto presto a mandare i suoi bozzetti a importanti stilisti francesi e in men che non si dica è stato assunto da Pierre Cardin (impressionato dalla sua creatività) in qualità di assistente.

Un eccellente maestro seguito da Jacques Esterel e poi da Jean Patou, con il quale JPG ha collaborato fino al ’76: anno di nascita della maison che porta il suo nome.

Un’avventura che dura ormai da trentacinque anni, sempre governata da una fantasia di stampo quasi dalidiano e da un costante ampliamento degli orizzonti creativi, in sella al cavallo della sperimentazione.

Gaultier ha liberato la moda dall’imperativo di mannequin bionde  e filiformi facendo sfilare ragazze over size e bellissime, nani e dive del burlesque, pirati e toreri, marinaretti e spose eccentriche, uomini che sembrano donne e donne che sembrano uomini.

Ma non solo: negli anni, ha contaminato il suo mondo con il cinema, il teatro e la musica, regalandoci indimenticabili sodalizi artistici come quelli con la coreografa Régine Chopinot, Madonna o Pedro Almodóvar.

Un archivio enorme, il suo, finalmente esibito al Montreal Museum of Fine Arts, che dal 17 giugno al 2 ottobre presenterà una retrospettiva sul grande couturier.

Evento, per celebrare il quale, L’enfant terrible della moda francese ha prima spogliato e poi rivestito una cinquantina di giornalisti del prestigioso magazine francese Libération, per un numero tutto dedicato a lui.

“Sono belli e sexy e non abbiamo nemmeno usato Photoshop. Non ne avevano bisogno” ha dichiarato JPG in proposito. Poi si è coperto di soli giornali e si è fatto fotografare per la copertina. Tanto per non smentirsi.



Style File # 4 / Anna Piaggi.


Per me Anna Piaggi è Carrie Bradshaw. Avrete da obiettare che per me più o meno l’intero fashion sistem dagli anni ’90 a oggi, ruota intorno a quel telefilm che quasi tutti hanno guardato senza per questo decidere di ammorbare il resto del mondo (e quella rispettabilissima minoranza che per qualche motivo ne è uscita illesa), ma ormai ho la quasi certezza che Pat Field, costumista della serie e Chiarissimo Professore in materia di stile onirico in chiave praticabile, si sia ispirata a lei per tutti-dico-tutti i personaggi di Sex and the city.

E lo so che starete pensando che la dolce Anna ormai ha passato la settantina, ma chi è inciampata almeno una volta nella vita in una lobby femminista, saprà che l’eleganza è un fattore X che ha ben poco a che fare con la pelle liscia e le forme perfette, e molto di più con l’estro, il coraggio e la fantasia. In altre parole con la personalità.

E quella di Anna Piaggi, si è fatta largo negli anni ’50 delle desperate housewives sulle pagine di Grazia, per poi lanciarsi in un progetto rischioso e incredibilmente innovativo com’era Vanity negli anni ’80 e in fine approdare a quella mecca chiamata Vogue, dove da più di dieci anni ci regala Doppie Pagine: una rubrica futurista che è valsa anche la pubblicazione di un bellissimo volume dal titolo omonimo, contenente un centinaio delle sue uscite più memorabili e tutto quel suo gusto editoriale per la grafica, il gossip e la sintesi. Per la contaminazione.

Grande amica di Karl Lagerfeld e vedova del fotografo Alfa Castaldi,  Anna Piaggi con l’aiuto di innumerrevoli capi d’alta moda, cappelli firmati Stephen Jones e scarpe rigorosamente Manolo Blahnik, ha costruito negli anni uno stile personalissimo e stravagante ma di grande spessore. Innegabilmente frutto di un estro ineguagliabile ma prima ancora di una conoscenza della storia del costume, così profonda, da far impallidire una Lady Gaga fasciata di prosciutti.

C’è la Piaggi che indossa un abito fatto di pagine di giornale (molto prima di quello di Galliano indossato dalla Bradshaw nell’ultima puntata della terza serie), un mantello del XVII Secolo oppure l’abito di scena di uno di quei balletti russi che le piacciono tanto. Quella che alle sfilate arriva in taxi per non scomodare macchine e autisti, che compone solo con la sua storica macchina da scrivere rossa. Quella che si colora i capelli di azzurro e si dipinge le guance di rosa ma anche quella che in foto non sorride mai e difficilmente risponde a mail o fax.

Insomma se vi state chiedendo chi è davvero Anna Piaggi, io non lo so ma il giorno in cui l’ho conosciuta ho respirato l’aura di un pezzo di storia della moda e la calma gentile di una regina. Però, siccome tutte le mie amiche cinguettano continuamente che quando si parla di Sex and the City oppure di Anna Piaggi non sono per niente obiettiva, forse sfogliare il suo libro potrebbe esservi di aiuto e raccontarvi di lei più di (mie) mille parole.





Style File # 3 / The Only One Kate in London.

Chi, come me, ha sperato con tutta se stessa e fino all’ultimo minuto che nel palinsesto televisivo mondiale, la diretta del royal wedding venisse sostituita da quella del matrimonio tra Kate Moss e Jamie Hince, può finalmente tirare un sospiro di sollievo: il September Issue di Vogue UK è dedicato alla cerimonia più rock dell’anno e a tutti i vip che hanno festeggiato gli sposi per tre giorni consecutivi, nella campagna inglese, tra fiumi di champagne.

In copertina, ovviamente, Miss Moss: la donna più elegante del mondo, quella più fragile e trasgressiva, lo scandalo continuo. Kate compagna di Jeff Hack, madre di Lila Grace, ragazza di Pete, moglie di Jamie. Kate di nessuno, che ride con quel suo sorriso imperfetto, con lo sguardo perso. Cocaine Kate.

Nata a Croydon, nella monotona periferia sud di Londra, popolata da una middle class amante dei centri commerciali e dei falsi Burberry, Katherine Anne Moss cresce in una famiglia inquieta e prossima alla separazione, frequentando la scuola in modo saltuario e combattendo la noia con i primi approcci al fumo, programmi televisivi come Clothes Show e sogni di viaggi lontani. Lontani ma non troppo.

Infatti è solo il 1988 quando una vacanza alle Barbados le regala l’incontro con Sarah Doukas: eccentrica trentacinquenne talent scout che all’aeroporto JFK viene folgorata da quel suo fascino acerbo e non convenzionale e le fa recapitare un biglietto da visita da un collega. Poco dopo, Kate è su un treno per Londra con la madre, eccitata e incredula all’idea di incontrare Sarah e Simon. Lo stesso treno che prenderà per anni, determinata a scappare da Croydon e costruirsi una nuova vita nonostante i numerosi rifiuti e l’assoluta lontananza dagli stereotipi in voga all’epoca: amazzoni provocanti e carismatiche come Linda Evangelista, Christy Turlington, Cindy Crawford, Claudia Schiffer, Elle Macpherson, Naomi Campbell ed Helena Christensen.

Ma siamo ancora nell’era pre – Corinne Day, quella precedente al secondo incontro più importante della sua vita. L’incontro che finalmente la rivelerà agli occhi del mondo come ambasciatrice di una bellezza senza artifici, fragile e autentica, cambiando definitivamente i canoni estetici contemporanei, prima sulle pagine delle riviste e poi sulle passerelle.

Corinne è una fotografa underground molto amata da una consistente fetta editoriale indipendente londinese e sempre intenta ad andare contro corrente, che dopo essersi imbattuta in una polaroid di Kate Moss, decide di farne la sua musa. Sono sue le foto di Kate in bianco e nero, con un pull indosso e delle kickers ai piedi, suoi tutti i famosi scatti sulla spiaggia senza veli, e sua la copertina di The Face del Luglio 1990 intitolata “The Third Summer of Love” che fa cambiare il vento nella sua carriera, celebrandola come una rivoluzionaria anti-top model.

È l’ora di sbarcare negli Stati Uniti: una svolta coraggiosa e non priva di ostacoli che tuttavia, in breve tempo, frutta un’apparizione su Vogue, la famosa campagna di Calvin Klein e il debutto in passerella nel 1993. Ma i detrattori sono molti, e la battaglia anti-Moss si combatte sui giornali a colpi di accuse alla sua eccessiva magrezza e a quella sua aria cosiddetta “heroin chic”.

Anche Valentino, che la detesta, la fa sfilare una sola volta, ma poco importa: i defilé sono solo una parentesi nella carriera millionaria di Kate, volto d’innumerevoli campagne pubblicitarie e continuamente fotografata per via dei suoi eccessi e per la sua turbolenta vita amorosa.

Il 2001 porta con sé un’inversione di rotta, e una volta archiviata la storia d’amore con il fotografo Mario Sorrenti e la passione bruciante per Johnny Depp, Kate, da tempo a fianco del pluripremiato editore Jefferson Hack, annuncia di aspettare un bambino. Lila Grace nasce il 29 settembre del 2002 in una stanza piena di candele e con una bottiglia del suo champagne preferito, ma la maternità sembra risvegliare la sua ostinata voglia di trasgredire e nel 2004 lei e Jeff Hack si separano.

Un anno dopo Kate Moss conosce Pete Doherty e quando entrambi vengono filmati in uno studio di registrazione in compagnia di quella che sembra essere inequivocabilmente cocaina, i tabloid di tutto il mondo gridano allo scandalo.

Le celebrities amiche della modella si muovono in sua difesa e mentre Kate vola in rehab, chiusa in un silenzio alla Greta Garbo, i suoi contratti pubblicitari raddoppiano. La sua storia d’amore però, pur sopravvissuta allo scandalo, ha vita breve e già nel 2007 Kate viene fotografata in compagnia di Jamie Hince, suo futuro marito.

Quest’anno Kate si è riconfermata tra le 70 donne più influenti del mondo e ha promesso di mettere la testa a posto con un matrimonio da favola celebrato il 2 Luglio nella campagna inglese, documentato dalle splendide fotografie di Mario Testino. Ma dopo le tante casse di pregiato champagne messe in lista di nozze dalla coppia, forse c’è da aspettarsi ben altro. Noi rimaniamo connessi e nel frattempo ci godiamo Vogue.

Photos: Mario Testino.


Put the Rainbow in Your Hair Like You Just Don’t Care.



Style File # 2 / Little Red Riding Hood.


Sfogliare Little Red Riding Hood (Damiani, 2010) è qualcosa in bilico tra il percorrere un viale del tramonto e il fare un coloratissimo viaggio: un’esperienza che dei vecchi film conserva la nostalgia e dell’avventura l’intensità, la meraviglia e i personaggi a tinte forti.

Maripol è una che tutto ha visto e tutto ha fatto. Che ancora giovanissima ha lasciato la Francia e la sua rigidissima educazione cattolica per partire alla volta di New York. In sella alla moto del fidanzato fotografo e con soli trentacinque euro in tasca, come si addice alle eroine quelle vere.

Quel che ha trovato nella grande mela poi, è roba che continua a riempire i giornali e i cuori nostalgici del pianeta per il carico di euforia e trasgressione, di creatività vera e libertà presunta. Un panorama urbano fertile e delirante, nel quale hanno attecchito i semi di un fenomeno artistico che ancora oggi culla i natali di molte delle nuove correnti, come una madre vittoriana dalla quale sia difficile emanciparsi. Sono gli anni della Pop Art, di Warhol, quelli di Bianca Jagger che arriva allo Studio 54 a cavallo e quelli in cui Maripol debutta a fianco di Elio Fiorucci, fresco fresco di incredibili successi economici e riconoscimenti creativi per quel suo design giovane e sexy, molto italiano e Pop quanto basta.

Il talento e un po’ d’intraprendenza fanno il resto. Il fascino europeo di Maripol non lascia il parterre indifferente e la sua marcia in più in fatto di stile la rende una presenza scenica autorevole alla quale molte delle ragazze dell’epoca cominciano a ispirarsi, finché tra loro non ne spunta una “solitaria e genuinamente carina”. Una che Maripol invita a salire sul palco dello Studio 54 una sera, e che di lì a poco calcherà i palcoscenici di tutto il mondo: Madonna.

Un immediato sodalizio artistico da cui nascono alcuni dei look simbolo degli anni ’80 come il fitting di Like a Virgin e quel mix di pizzi e croci che mandò in visibilio un pubblico incredibilmente trasversale, generando un fenomeno imitativo senza precedenti tra le teen ager  e quelle che teen non erano più da un pezzo.

Il resto è storia. Maripol lascia il suo vecchio e fatiscente appartamento per trasferirsi in un loft frequentatissimo nel quale nascono i suoi famosi bracciali di gomma e dove i più grandi nomi della scena mondana si lasciano fotografare da lei con la sua mitica Polaroid: lo strumento che diviene il suo marchio di fabbrica e che la colloca tra i primi veri precursori dell’epoca digitale nonché del consumismo artistico.

Lo stesso fenomeno del quale, probabilmente, è anche la prima vittima inconsapevole.

A oggi l’ex ragazza delle polaroid rilascia interviste nelle quali tiene molto a precisare di non essere mai rimasta aggrappata al passato e dichiara, ironica, di non sapere proprio che cosa rispondere, quando il figlio le chiede come sia possibile che tutte quelle persone con lei nelle foto siano tra le più ricche del pianeta e loro non abbiano un soldo. Qualcosa che, a dire il vero, non ci spieghiamo neanche noi se non con quei banalissimi cliché sul mondo della moda che tutto crea e tutto distrugge.

Eppure Maripol è sopravvissuta e come. Oggi produce piccoli film indipendenti, si occupa della sua famiglia (miracolosamente immutata negli anni), organizza mostre in giro per il mondo e ha addirittura trovato il tempo di pubblicare The Little Red Riding Hood: un prezioso libro che ha il sapore degli album di famiglia e l’ingenuità di un diario segreto, e che vogliamo considerare come un generosissimo regalo da parte sua.

Un regalo che non possiamo non avere, se almeno una volta abbiamo sognato di fare, anche noi, il nostro ingresso allo Studio 54, tra Keith Haring e Cindy Lauper, per poi scorgerla in un angolo, con Madonna a sorseggiare un drink.

Author:  Irene Salvadorini ©