Made in Britain.

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Empire State of Mind: NYC 2012

So bene che ad ogni preview deve seguire un evento, e so anche che sparire dalla circolazione per dieci giorni senza lasciarsi dietro qualche briciola di foto, un pensiero o una canzone, non è cosa da blogger, ma all’indomani di un rush emotivo (com’è stato visitare New York per la prima volta) mi succede sempre così: ho bisogno di un po’ di tempo per metabolizzare volti, luoghi, odori, colori, e soprattutto il lutto di essermene ripartita (mio malgrado) per tornare al vecchio mondo e alla mia vecchia vita.

Quella che mi ero lasciata alle spalle un paio di settimane fa, per partire alla volta di Manhattan. Sul taxi un po’ attempato di un indiano (attempato anche lui), e stupefatta alla vista di tutti quei grattacieli al di là del ponte, illuminati come tanti rossetti glitterati in una notte stellata e suggestiva, nella città più grande di tutte. La più fashion, la più giovane, la più spietata, la più single, la più imprevedibile, quella che non dorme mai. The Big Apple.

Ma se questo è più o meno quello che immaginavo di New York ancor prima di conoscerla (visto che almeno un milione di film, servizi fotografici, video musicali e iconiche serie tv, mi avevano raccontato i suoi lati glamour e patinati), non avrei mai immaginato di svegliarmi a Manhattan (alle 4 del mattino causa fuso orario), uscire alle prime luci dell’alba, e trovare solo strade e starbucks semivuoti. Niente dogsitter in giro con decine di cani griffati, nessuno a litigarsi un taxi per andare a lavorare e niente ticchettio di tacchi a spillo sulla quinta. Insomma ci ho messo un po’ a capire che la città è molto più vera e imperfetta di quei set cinematografici e televisivi. Eppure di lì a poco, ho capito anche che è  addirittura più bella.

I giorni seguenti sono venute un’appassionante partita di basket al Madison Square Garden (che, per una profana come me, aveva di appassionante il fatto che ci fosse ben poco basket ma molte cheerleaders, molta musica, molte celebrities sedute poco più in là e moltissimi hot dog giganti), una splendida serata al Cielo Club, una cena da Pastis proprio come Carrie Bradshaw (e molte altre in ristoranti giapponesi, thailandesi, cinesi e italiani), un giro al Metropolitan Museum, uno a Central Park, e uno notturno a Brooklyn con tanto di skyline dietro l’angolo. E poi l’Empire e tutti gli altri grattacieli, i meravigliosi vintage shops dell’east village, i megastore della quinta, i mille spettacoli a brodway, le infinite luci di Times Square e l’inquietudine di Harlem.

In definitiva, ho scoperto che New York è contemporaneamente tantissime cose, atmosfere, sapori, umori. E che ogni giorno passato lì con lei cresce la voglia di conoscerla meglio, di raccogliere tutto quello che offre e restituirle qualcosa in cambio. Così mentre ancora mi lecco le ferite del rientro (con tutte le cose belle che ho ritrovato nella mia vita però!), vi lascio queste foto, ricordi carissimi di un viaggio lontano che presto o tardi rifarò, per raccogliere  nuove impressioni e nuove emozioni, da condividere anche con voi.

Io, che ho nostalgia anche di un minuto fa (Silvana Mangano – Io, io, io.. e gli altri).


Une Dimanche à Paris.

Ovvero una passeggiata a Saint Germain, dell’ottimo (ed economico) sushi take away divorato a Pigalle con la mia cara amica Aude, e poi Montmartre, un’Ottima cena al Chartier e una nervosissima ripartenza. Con Parigi nel cuore.


Harajuku Fashion Coolness.

 


Places in My Heart # 1 / London


Photos: Irene salvadorini ©