August 8, 2011, 1.00 pm – Rome


Visto che, da brava smidollata, non appena ho sentito scendere la temperatura sotto i 18  gradi, non ce l’ho fatta a mettere insieme due capi di abbigliamento che non fossero sciarpa e piumino, mi sono imbarcata in un viaggio a ritroso tra le vecchie foto nella speranza di scovare qualche scatto non troppo lontano, da condividere con voi in attesa di tempi migliori. Meteorologicamente parlando. Solo che il mio viaggio (una smorfia dopo l’altra) si è protratto un po’ troppo a lungo, e così sono arrivata all’8 agosto senza neanche rendermene conto.

Evidentemente a fermarmi non è stata la foto (che a dire il vero ho scattato nel bagno di casa mia, con tutte le occhiaie del caso e i capelli spettinati) ma un adorabile abitino da due lire, trovato durante i saldi in una di quelle insulse catene low cost, appeso insieme a quasi cinquecento fratellini su uno stand che ne poteva contenere al massimo 20.

In assoluto uno dei miei preferiti: retrò quanto basta, pieno di cuoricini e da indossare in giorni caldissimi.


On the Runways: Paris review.

“It does not take Sherlock Holmes to work out that men’s fashion for 2012 is tipping its broad-brimmed hat to the 19th century”.

Così Suzy Menkes, vero Guru della moda mondiale ha aperto la sua review sulle passerelle parigine che nei giorni scorsi hanno visto protagonista l’uomo. Una moda molto meno scintillante e onirica di quella femminile ma ugualmente degna di nota per la spinta creativa, la ricerca, e l’attenzione ai dettagli. Come nel caso della potente collezione di Dries Van Noten introdotta da una performance di 24 ore di Gijs Frieling and Job Wouters, o del defilé Comme de Garçons, con i suoi uomini dark e androgini “neither man nor woman”. Mix tra sartoria e casual anche per Junya Watanabe mentre Jean Paul Gaultier, da bravo regista mancato, ha dato vita a una londra fumosa, popolata da cappotti allacciati in vita, inevitabili gonne e cappelli a tesa larga ad avvolgere il mistero. Come loro, molti altri sui quali varrebbe la pena spendere qualche parola, non fosse che, spente le luci sul parterre maschile, si è tornati a parlare della falcata d’innumerevoli, magrissime, cattivissime modelle: di alta moda insomma. E di abiti che hanno il compito di ricordarci che la couture non ha i limiti dell’industria. Proprio come hanno fatto Chanel (per il cui defilé Karl Lagerfeld ha chiamato a raccolta tante parventi hostess Pan Am quante sfumature di blu per i suoi abiti), Re Giorgio, o Givenchy, che per l’occasione ha appeso i suoi abiti a mo’ d’installazione affinché il parterre potesse ammirare a dovere gli intarsi su tulle e i ricami fatti con pelli di coccodrillo candeggiate e alleggerite.

Compito un po’ meno assolto da Donatella Versace, che sotto gli occhi dei mass media di tutto il pianeta, ha fatto la sua rentrée nel magico mondo della Haute Couture (all’indomani della partnership con H&M) presentando, all’Ecole nationale des Beaux-Arts, la linea Versace Atelier: una mini sfilata di abiti dal sapore futuristico, pensati per una moderna Barbarella.

Capi tutti dedicati alla donna spregiudicata e femminile che da sempre anima le fantasie della maison (con tanto d’inevitabili bustier a sirena in pizzo, micro dress in lamé operato e completi biker in pelle dai colori lunari) eppure non molto lontani dal pret à porter, se non per via della ricerca su corsetti e materiali. Potrebbe sembrare che il tentativo del direttore creativo sia stato quello di profanare l’alta moda cercando di coniugarla con i dictat dell’industria, ma noi ci auguriamo che Parigi continui a farci sognare nei prossimi giorni e (soprattutto) che i prossimi Oscar non vengano invasi da tante giovani barbarelle. Ma questo, si sa, è chiedere troppo: d’altronde la signora Versace non sbaglia mai un colpo.


Looking back (a little late).

Avevo bisogno di questo per dare un taglio al 2011. Ci ho pensato tanto e, anche se è un po’ il post mancato del 31 dicembre, da brava femminuccia ritardataria e sentimentale, ho capito di non poter fare a meno di una passeggiata malinconica tra le immagini e le parole che sono scorse a fiumi in questi primi mesi di Save Kate, prima di voltare pagina. Giusto il tempo di versare una lacrimuccia sul viale dei ricordi e non pensarci più. Il futuro sarà ancora più denso di volti, colori e parole.

E soprattutto prestissimo ci saranno i miei outfit. Stay tuned.. love you.


See You in a Week!

All pictures by: Lovisa Burfitt


Virtual Valentino.

Tutti sapranno che Valentino Garavani, in arte Valentino, è uno dei designers più famosi di tutti i tempi, forse l’ultimo sarto vivente, nonché l’uomo che andava a braccetto con Jackie Kennedy, Maria Callas, Sofia Loren, Audrey Hepburn, Brooke Shields, Lady D e chi più ne ha più ne metta. Così come (quasi) tutti sapranno che la romantica storia del suo esordio comprende una fuga dalla piccola cittadina di Voghera per andare a imparare i mestieri della moda dai grandi maestri francesi, il rientro in patria con tanto di inevitabile fiasco riscosso alla sua prima sfilata, e quindi il commovente trionfo ottenuto con la successiva “Collezione Bianca” che lo vede entrare nell’olimpo del Jet Set mondiale e diventare ambasciatore dell’eleganza e della sartorialità italiane.

Dunque tutti sapranno che Valentino è anche una delle persone più conservatrici del mondo: uno che non ha mai smesso di realizzare i suoi capi nell’atelier di Piazza Mignanelli (nonostante la stragrande maggioranza delle produzioni cominciasse a spostarsi entro ben altri confini), uno che non si è mai neanche aperto all’industria cosmetica per paura di oscurare o trascurare i propri abiti e uno che per preservare la sua iconica faccia dal passare degli anni si è sottoposto a un’infinità di lifting che neanche Micheal Jackson.

Eppure, quando il cinque dicembre scorso ha aperto le porte del suo primo museo virtuale (che è anche il primo mai realizzato da uno stilista), Valentino ci ha ricordato di essere anche l’artista che non ha mai smesso di stupirci. L’equivalente di una superficie di 10.000 metri quadrati, per sette stanze tematiche che ospitano molto rosso, alcuni dei suoi più famosi schizzi, le copertine delle riviste che lo hanno incoronato Imperatore e tutti gli abiti che in cinquant’anni di storia hanno reso l’archivio storico della Maison il più ricco e spettacolare mai creato.

L’applicazione, presentata al MoMA di New York alla presenza dello storico partner e socio Giancarlo Giammetti e di più recenti muse come Anne Hataway, Sarah Jessica Parker e Claire Danes, mette a portata di click abiti memorabili come quello color pesca indossato da Jacqueline in occasione del suo matrimonio con Aristotele Onassis, o quello scelto da Julia Roberts per la cerimonia degli Oscar del 2011, in cui vinse come miglior attrice protagonista per il film Erin Brockovich. Qualcosa di molto pericoloso per tutti gli appassionati di storia del costume e per tutti i curiosi del pianeta, o per chi come me, ha avuto la fortuna di lavorare per Mr. V e non ha mai dimenticato quei magici momenti passati camminando nei guardaroba della Maison in preda a un’inspiegabile, magica euforia.



Style Lab # 2 / Save Kate @ _spazioespanso

Oggi mi butto. Ho scattato queste foto almeno un paio di settimane fa, e ho passato tutti i giorni seguenti a domandarmi se pubblicarle o meno, convinta che questi scatti non sarebbero mai stati belli come quelli che vado racimolando nel web saltellando come una matta, spaventata all’idea di non aver raccontato a dovere la meravigliosa location nella quale mi trovavo, ma soprattutto, inorridita al solo pensiero di pubblicare delle mie foto (anche se a scopo puramente dimostrativo, s’intende!).

Foto fatte da me medesima peraltro, visto che delle varie Fashion Salad, Fashion Toast e fashion chi più ne ha più ne metta non ho né la quantità di abiti adeguata, né il fotografo, né tantomeno la sfrontatezza. Solo che, dopo aver trascinato la mia amica Teresa da Boutique Nadine per il primo capitolo di questo sedicente style lab, e dopo aver fatto un giro di telefonate invano nel tentativo di trovare qualche altra  anima pia tanto generosa da volermi fare da cavia, ho deciso di emanciparmi. In fondo sono o non sono una fashionista autonoma, indipendente e preparata?! Anche no. Ooops. Però, sono o non sono una che vola più alto di eventuali commenti sgradevoli e feedback poco gratificanti?! Mica tanto. E allora per caso ho qualche alternativa? Nemmeno: le foto di repertorio a tratti mi stufano e per quella nuova idea del Red or Dead non ho trovato nulla che mi entusiasmasse. Mi sa che è tempo di venire allo scoperto, di mostrarvi gli autoscatti che ho fatto in camerino come un’adolescente nella sua cameretta, e di pubblicare tutti-ma-proprio-tutti i commenti che riceverò. Giuro.

Soprattutto è tempo di farvi vedere _spazioespanso: un luogo che del negozio ha poco o nulla (neanche la cassa a dire il vero), ma che in compenso mette a disposizione di clienti e avventori occasionali, meravigliose collezioni di nicchia come quella di Apuntob, come le Borse di Maria La Rosa o i gioielli di Elena Canter, come le scintillanti scarpette del balletto di Roma, o le bombette di Le Chapeau. Un negozio che è anche galleria d’arte e che nel suo cortile interno ospita spesso aperitivi e Dj Set. Un posto che vi consiglio, e che giuro è anche (molto) meglio di come non appaia nelle mie fotografie. Enjoy.

Opera esposta: Luca Laurenti (MkLane)

In camerino: abito a fiorellini Si Yu, cappottino in lana Mariona Gen e cappello Le Chapeau.

Photos: Irene salvadorini ©


Bla Bla Bla.