Virtual Valentino.

Tutti sapranno che Valentino Garavani, in arte Valentino, è uno dei designers più famosi di tutti i tempi, forse l’ultimo sarto vivente, nonché l’uomo che andava a braccetto con Jackie Kennedy, Maria Callas, Sofia Loren, Audrey Hepburn, Brooke Shields, Lady D e chi più ne ha più ne metta. Così come (quasi) tutti sapranno che la romantica storia del suo esordio comprende una fuga dalla piccola cittadina di Voghera per andare a imparare i mestieri della moda dai grandi maestri francesi, il rientro in patria con tanto di inevitabile fiasco riscosso alla sua prima sfilata, e quindi il commovente trionfo ottenuto con la successiva “Collezione Bianca” che lo vede entrare nell’olimpo del Jet Set mondiale e diventare ambasciatore dell’eleganza e della sartorialità italiane.

Dunque tutti sapranno che Valentino è anche una delle persone più conservatrici del mondo: uno che non ha mai smesso di realizzare i suoi capi nell’atelier di Piazza Mignanelli (nonostante la stragrande maggioranza delle produzioni cominciasse a spostarsi entro ben altri confini), uno che non si è mai neanche aperto all’industria cosmetica per paura di oscurare o trascurare i propri abiti e uno che per preservare la sua iconica faccia dal passare degli anni si è sottoposto a un’infinità di lifting che neanche Micheal Jackson.

Eppure, quando il cinque dicembre scorso ha aperto le porte del suo primo museo virtuale (che è anche il primo mai realizzato da uno stilista), Valentino ci ha ricordato di essere anche l’artista che non ha mai smesso di stupirci. L’equivalente di una superficie di 10.000 metri quadrati, per sette stanze tematiche che ospitano molto rosso, alcuni dei suoi più famosi schizzi, le copertine delle riviste che lo hanno incoronato Imperatore e tutti gli abiti che in cinquant’anni di storia hanno reso l’archivio storico della Maison il più ricco e spettacolare mai creato.

L’applicazione, presentata al MoMA di New York alla presenza dello storico partner e socio Giancarlo Giammetti e di più recenti muse come Anne Hataway, Sarah Jessica Parker e Claire Danes, mette a portata di click abiti memorabili come quello color pesca indossato da Jacqueline in occasione del suo matrimonio con Aristotele Onassis, o quello scelto da Julia Roberts per la cerimonia degli Oscar del 2011, in cui vinse come miglior attrice protagonista per il film Erin Brockovich. Qualcosa di molto pericoloso per tutti gli appassionati di storia del costume e per tutti i curiosi del pianeta, o per chi come me, ha avuto la fortuna di lavorare per Mr. V e non ha mai dimenticato quei magici momenti passati camminando nei guardaroba della Maison in preda a un’inspiegabile, magica euforia.



Olivier’s Twist.


Style File # 6 / SS 2012 Kanye, Miuccia e l’Ultimo Imperatore.


Di tutto il carosello della moda che ha volteggiato freneticamente nelle scorse settimane, e di tutti i nomi, le celebrities, i tacchi alti, i sorrisi smaglianti e le Birkin originali (e non) che ci sono saltati su al volo, io mi ricordo poco e nulla. Diciamoci la verità.

Centinaia di collezioni e un gran casino: abiti fluo o polverosi, black and white o pop, lunghi o corti, preziosi o street e solo alcune (pochissime) certezze, tipo l’ologramma di Anna Wintour ovunque in prima fila (e non mi venite a dire che è lei veramente, perché non si spiegherebbero tutti i cambi d’abito, i capelli sempre impeccabili e il viso rilassato), le onnipresenti top model del mio cuore, la festa di Vanity Fair, quella di Vogue e qualche Charity Gala disseminato qua e là come per dare un senso socialmente accettabile ai milioni investiti.

Visto tutto quello di cui sopra e siccome sarebbe uno sforzo incredibile e ingiustificato andare a spulciare tutti i lookbook sfornati in questo mese per la prossima SS 2012, avrei deciso di omaggiare soltanto tre highlight che mi hanno particolarmente colpita e a cui non riesco a smettere di pensare, tra commozione e risate a crepapelle: in primis, l’uomo che fu della mia vita, ormai rimpiazzato da un duo di designer abilissimi e meritevoli che grazie a Dio non ne hanno profanato la memoria artistica, ovvero Valentino. Secondo poi, una donna illuminata e di classe che ancora una volta ha stupito il parterre per l’eleganza e il valore di protesta dei suoi abiti, così apparentemente ortodossi. In ultimo -come non ricordarlo- l’uomo che tutto aveva e tutto voleva, quello che minacciava gli uffici stampa per farsi invitare alle sfilate e che un giorno, depresso per i ripetuti fallimenti, decise di saltare dall’altra parte della barricata per dimostrare a tutti di che pasta era fatto. Lui: Kanye West. Alle prese con una collezione un po’ Jenny from the Block, un po’ Sciura a Cortina, piena di pellicce e micromutandine, stivali borchiati e gli immancabili occhiali da sole con i quali difendersi dalle luci della ribalta.

Povero. A vederlo tutto sudato che stringe la mano al diavolo in persona, per poi posare vicino alla sua impeccabile fidanzata (debitamente griffata di altre griffe), giuro che faceva una tenerezza incredibile.  Tanta, che adesso non voglio più infierire. Tanta, che forse è meglio per lui se parliamo d’altro. Tanta, che sono sicura vorrà tornare a fare la rock star o quello che diamine era prima della disastrosa esperienza.

Fortunatamente, l’animo gentile e sofisticato della Haute Couture è risorto sulla passerella dell’ultimo imperatore, dove Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli hanno messo in scena un parquet  ricoperto di petali di rosa sul quale aristocratiche zarine russe fuggivano alla volta di una Parigi illuminata. Il lusso degli abiti, appena sussurato dai velluti devoré, i broccati, e le sottili tiare scintillanti, così avvolto in non colori e timidamente celebrato dai ricami d’oro e argento (insieme a qualche legittimo episodio di rosso vivo) mi ha fatto uscire la lacrimuccia.

Ma ancor di più Sua Altezza Miuccia, che in tempi in cui le prostitute vengono chiamate escort, le quote rosa indossano t-shirt discutibili e le bambine giocano al bunga bunga, riscopre la dolcezza e ci regala abiti misuratamente dolci e sensuali, dalle tinte pastello e le gonne plissé. Sicché mi sono detta che forse c’è solo una quantità limitata di decoro nel mondo, e Prada deve essersi accaparrata anche quello di Kanye. Check it out.





Style Files # 5 / Le Fou du Roi.

Al contrario di quanto si possa pensare, la storia di Jean Paul Gaultier, meglio conosciuto come l’enfant terrible della moda mondiale, è una storia altamente educativa.

Ci ho pensato proprio oggi, quando dopo aver fantasticato a lungo su un’eventuale fuga a Montreal in occasione della sua prima mostra retrospettiva, casualmente, mi sono venuti tra le mani dei libriccini impolverati (e ahimé, più che datati), risalenti a quella tremenda età di mezzo che tutti noi attraversiamo una volta usciti dal liceo: l’estate dopo la maturità.

Quella in cui si frequentano incontri propedeutici con i vari poli accademici per capire dove sono i ragazzi più carini, in cui si fanno test d’ingresso random rimettendosi al fato (e soprattutto sperando di passarne almeno uno); quella che, di solito, si conclude parcheggiandosi al DAMS per un annetto o almeno finché non si è davvero capito qual è (e se c’è) la nostra vocazione.

Bene: rileggendo brevemente la biografia di JPG risulta chiaro come il talento quello vero, voli sempre troppo alto per mettere a fuoco edifici universitari, confraternite, costosissime scuole di design e lavoretti per sbarcare il lunario.

E infatti Gaultier, all’alba degli anni settanta, quando la maggior parte della gente inaugurava corsi di studio lunghissimi e molte scuole di moda aprivano i battenti, ha deciso che sarebbe stato molto più economico saltare direttamente al famigerato stage.

Così, ha cominciato molto presto a mandare i suoi bozzetti a importanti stilisti francesi e in men che non si dica è stato assunto da Pierre Cardin (impressionato dalla sua creatività) in qualità di assistente.

Un eccellente maestro seguito da Jacques Esterel e poi da Jean Patou, con il quale JPG ha collaborato fino al ’76: anno di nascita della maison che porta il suo nome.

Un’avventura che dura ormai da trentacinque anni, sempre governata da una fantasia di stampo quasi dalidiano e da un costante ampliamento degli orizzonti creativi, in sella al cavallo della sperimentazione.

Gaultier ha liberato la moda dall’imperativo di mannequin bionde  e filiformi facendo sfilare ragazze over size e bellissime, nani e dive del burlesque, pirati e toreri, marinaretti e spose eccentriche, uomini che sembrano donne e donne che sembrano uomini.

Ma non solo: negli anni, ha contaminato il suo mondo con il cinema, il teatro e la musica, regalandoci indimenticabili sodalizi artistici come quelli con la coreografa Régine Chopinot, Madonna o Pedro Almodóvar.

Un archivio enorme, il suo, finalmente esibito al Montreal Museum of Fine Arts, che dal 17 giugno al 2 ottobre presenterà una retrospettiva sul grande couturier.

Evento, per celebrare il quale, L’enfant terrible della moda francese ha prima spogliato e poi rivestito una cinquantina di giornalisti del prestigioso magazine francese Libération, per un numero tutto dedicato a lui.

“Sono belli e sexy e non abbiamo nemmeno usato Photoshop. Non ne avevano bisogno” ha dichiarato JPG in proposito. Poi si è coperto di soli giornali e si è fatto fotografare per la copertina. Tanto per non smentirsi.