Style File # 2 / Little Red Riding Hood.


Sfogliare Little Red Riding Hood (Damiani, 2010) è qualcosa in bilico tra il percorrere un viale del tramonto e il fare un coloratissimo viaggio: un’esperienza che dei vecchi film conserva la nostalgia e dell’avventura l’intensità, la meraviglia e i personaggi a tinte forti.

Maripol è una che tutto ha visto e tutto ha fatto. Che ancora giovanissima ha lasciato la Francia e la sua rigidissima educazione cattolica per partire alla volta di New York. In sella alla moto del fidanzato fotografo e con soli trentacinque euro in tasca, come si addice alle eroine quelle vere.

Quel che ha trovato nella grande mela poi, è roba che continua a riempire i giornali e i cuori nostalgici del pianeta per il carico di euforia e trasgressione, di creatività vera e libertà presunta. Un panorama urbano fertile e delirante, nel quale hanno attecchito i semi di un fenomeno artistico che ancora oggi culla i natali di molte delle nuove correnti, come una madre vittoriana dalla quale sia difficile emanciparsi. Sono gli anni della Pop Art, di Warhol, quelli di Bianca Jagger che arriva allo Studio 54 a cavallo e quelli in cui Maripol debutta a fianco di Elio Fiorucci, fresco fresco di incredibili successi economici e riconoscimenti creativi per quel suo design giovane e sexy, molto italiano e Pop quanto basta.

Il talento e un po’ d’intraprendenza fanno il resto. Il fascino europeo di Maripol non lascia il parterre indifferente e la sua marcia in più in fatto di stile la rende una presenza scenica autorevole alla quale molte delle ragazze dell’epoca cominciano a ispirarsi, finché tra loro non ne spunta una “solitaria e genuinamente carina”. Una che Maripol invita a salire sul palco dello Studio 54 una sera, e che di lì a poco calcherà i palcoscenici di tutto il mondo: Madonna.

Un immediato sodalizio artistico da cui nascono alcuni dei look simbolo degli anni ’80 come il fitting di Like a Virgin e quel mix di pizzi e croci che mandò in visibilio un pubblico incredibilmente trasversale, generando un fenomeno imitativo senza precedenti tra le teen ager  e quelle che teen non erano più da un pezzo.

Il resto è storia. Maripol lascia il suo vecchio e fatiscente appartamento per trasferirsi in un loft frequentatissimo nel quale nascono i suoi famosi bracciali di gomma e dove i più grandi nomi della scena mondana si lasciano fotografare da lei con la sua mitica Polaroid: lo strumento che diviene il suo marchio di fabbrica e che la colloca tra i primi veri precursori dell’epoca digitale nonché del consumismo artistico.

Lo stesso fenomeno del quale, probabilmente, è anche la prima vittima inconsapevole.

A oggi l’ex ragazza delle polaroid rilascia interviste nelle quali tiene molto a precisare di non essere mai rimasta aggrappata al passato e dichiara, ironica, di non sapere proprio che cosa rispondere, quando il figlio le chiede come sia possibile che tutte quelle persone con lei nelle foto siano tra le più ricche del pianeta e loro non abbiano un soldo. Qualcosa che, a dire il vero, non ci spieghiamo neanche noi se non con quei banalissimi cliché sul mondo della moda che tutto crea e tutto distrugge.

Eppure Maripol è sopravvissuta e come. Oggi produce piccoli film indipendenti, si occupa della sua famiglia (miracolosamente immutata negli anni), organizza mostre in giro per il mondo e ha addirittura trovato il tempo di pubblicare The Little Red Riding Hood: un prezioso libro che ha il sapore degli album di famiglia e l’ingenuità di un diario segreto, e che vogliamo considerare come un generosissimo regalo da parte sua.

Un regalo che non possiamo non avere, se almeno una volta abbiamo sognato di fare, anche noi, il nostro ingresso allo Studio 54, tra Keith Haring e Cindy Lauper, per poi scorgerla in un angolo, con Madonna a sorseggiare un drink.

Author:  Irene Salvadorini ©



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